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Editoriale

Privilegio e Terzo Stato nel testo di Sieyès

19 febbraio 2021

 

 

Torino – Se dovessimo nominare i testi politici più significativi del Settecento francese, non potremmo non citare “Che cos’é il Terzo Stato?” di Emanuel Joseph Sieyés. Il pamphlet di questo politico importantissimo in diverse fasi della Rivoluzione (fu sua la mozione che portó al Giuramento della Pallacorda nel giugno 1789), pubblicato in prima edizione nel gennaio del 1789, fu uno dei testi chiave di quella “ideologia rivoluzionaria” che cambió in modo decisivo la storia francese e non solo.

Il testo dell’abate Sieyès (scomunicato dopo aver accettato la Costituzione Civile del Clero con cui i rivoluzionari ruppero i rapporti con la gerarchia ecclesiastica) é ricco di spunti interessanti. Sieyès era infatti lontano dall’estremismo dei Giacobini e proponeva un piano di riforma radicale ma in grado di cambiare profondamente la Francia. La fine dei privilegi politici per nobili ed ecclesiastici (con la denuncia di quella triplice alleanza di Toga, Spada e Chiesa che stava distruggendo la Francia), l’abolizione dei diritti feudali sulla terra, la volontà di premiare la borghesia cittadina e i piccoli proprietari terrieri, la trasformazione degli Stati Generali in una vera e propria Assemblea Costituente erano alcuni dei punti cardine di un progetto politico che l’autore espone, muovendosi rapidamente fra propaganda e saggistica.

L’eredità maggiore di Sieyès é, a nostro avviso, quella di aver risposto all’idea di “democrazia totalitaria” teorizzata da Rousseau con un progetto di “democrazia rappresentativa” che non rende il politico un mero esecutore della volontà degli elettori, ma lo trasforma in un soggetto autonomo, ma vincolato all’interesse nazionale. Una politica fortemente etica, dunque, ma consapevole dei compromessi necessari all’interno della dialettica parlamentare. Non mancano, tuttavia, anche le contraddizioni all’interno dell’opera, come quella relativa ai progetti di assemblee provinciali, che Sieyès critica senza riuscire a sviluppare un’alternativa (tanto che di lì a pochi anni la Francia Rivoluzionaria avrebbe espresso contrarierà ad ogni progetto di autonomia locale).

Nel testo di Sieyès, dunque, si trova una sorta di anticipazione dei vizi e delle virtù di una Rivoluzione che era incipiente. Nonostante la trasformazione politica epocale che essa portó, infatti, la Rivoluzione Francese non riuscì a garantire alla Francia quei modelli economici e sociali nuovi che essa aveva promesso. Quei timori di una “tirannide della maggioranza” come quella attuata da Robespierreme Saint-Just, espressi da altri autori, si avverarono puntualmente e la ghigliottina colpì migliaia di dissidenti politici. La creazione di una classe politica in grado di evitare personalismi e compromissioni era e resta difficilissimo, come dimostrato da duecento anni di lotte politiche in cui il mondo del privilegio si é trasformato, continuando ad esistere in forme diverse. Luigi M. D’Auria